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La matita si è rotta. Di nuovo.
E io, come sempre, mi fermo a guardare il pezzetto di mina che rotola sul foglio come se avesse appena deciso di andarsene di casa senza preavviso. Sta lì, nero lucido, piccolo, e mi guarda. Mi sfida. "E adesso?", sembra dire. "Come te la cavi senza di me?". E io non lo so come me la cavo. Infatti brontolo sottovoce, come fa mio padre quando cade qualcosa in cucina, e cerco il temperino che non è mai dove l'ho lasciato.
Si chiama mina. Anche questa.
Ecco, questa cosa mi ha sempre incuriosito. La stessa parola per due robe che non potrebbero essere più diverse. Da una parte la grafite, questa polvere pressata che scricchiola sulla carta e lascia il segno delle mie riflessioni mentali. Dall'altra il metallo, il tritolo, l'ordigno che ti seppellisce o ti porta via le gambe mentre torni a casa. La mina che disegna il contorno di una montagna e la mina che quella montagna la fa saltare. Stessa parola. Come se qualcuno, ai tempi, avesse pensato: "Mah, chiamiamole uguali, tanto chi ci fa caso".
Io ci faccio caso. Perché io le mine le uso tutti i giorni. Le consumo. Le spezzo. Le tempero. Le perdo nei divani. Le ritrovo in fondo alle borse, mezze spuntate, con la punta che si è sporcata di briciole e roba varia. E ogni volta che ne spezzo una, mi viene in mente che da qualche parte, in un campo che non vedrò mai, ce ne sono altre che aspettano. Pazienti. Le mine vere sono pazienti, molto più di me. Possono aspettare anni, decenni. Noi invece siamo una razza di frettolosi, vogliamo tutto subito, e intanto sotto i piedi c'è roba che aspetta da prima che nascessimo.
Un nonno (non mio), che la guerra l'aveva vista davvero, non ne parlava volentieri. Però una volta, mentre io giocavo con le costruzioni, disse: "Il brutto viene dopo, quando smettono di sparare". Io avevo sette anni e non capivo. Pensavo si riferisse ai compiti, alla fine dell'estate. Ora capisco. Perché sparare è facile, è subito. Il difficile è dopo, quando i campi sono pieni di roba che non si vede e tu devi tornarci a vivere, lì, sopra.
Io ho un campo mio. È piccolo, è questo foglio bianco. E ogni giorno ci cammino sopra con la mia mina, e ogni giorno rischio di spezzarla. Ma il mio campo non esplode. Il massimo che può succedere è che scrivo una frase di merda, la cancello, ci lascio lo sbaffo grigio. Niente di che, insomma. Niente gambe in meno, niente silenzio che non si riempie più.
Però certe sere apro il telefono, prima di dormire, e vedo. Vedo i posti dove la terra è sospetta, dove i bambini giocano nelle strade asfaltate perché nei campi non si può. E mi chiedo: ma chi le ha messe, queste mine? Chi le ha sotterrate? E perché? E poi: ma loro, quelli che le hanno messe, ci pensano mai? Ci pensano, la sera, mentre cenano? O le mine sono come le parole che dici e poi te ne dimentichi, ma loro restano lì, conficcate nella terra o nella testa della gente, e continuano a fare effetto?
Io, per esempio, certe parole me le ricordo ancora. Dette vent'anni fa, da persone che non vedo più. E fanno ancora male, certe volte. Come mine. Piccole, nascoste, che scattano quando meno te lo aspetti. Una canzone, un odore, un modo di piegare la tovaglia. E click. Esplode tutto. E tu lì, in cucina, con la mina della matita in mano, a chiederti perché certi ricordi fanno più male delle schegge.
La mia mina intanto si consuma. La uso per scrivere liste, appunti, pensieri che domani magari mi sembreranno stupidi. Si fa piccola, si fa corta, alla fine la butto. L'altra mina, quella vera, non si consuma. Resta. Anche dopo l'esplosione, resta nei corpi, nella terra, nella paura. È una roba che non finisce mai. Come certi discorsi. Come certi silenzi.
Allora mi chiedo: ma scrivere serve a qualcosa? Tutta questa grafite sparsa, tutte queste parole messe in fila, fanno più peso delle macerie? Riescono a coprire il rumore di quelle altre? Io non lo so. Però continuo. Perché è l'unico modo che ho per dissotterrare qualcosa (di mio?). Non le mine, quelle lasciamole agli esperti. Ma i pensieri, sì. Quelli li tiro fuori uno a uno, come patate, come sassi, come roba che non sapevo nemmeno di avere.
E mentre scrivo, le dita si sporcano di grigio. La grafite entra nei solchi della pelle, ci si incastra, non se ne va più. Qulcuno diceva: "Hai sempre le mani sporche, sembri un operaio". Forse è vero. Forse faccio un lavoro operaio anch'io. Costruisco cose con le parole. Case di carta, ponti di inchiostro, strade che portano da nessuna parte. E ogni tanto qualcuno ci passa, legge, magari ci trova qualcosa. Oppure no. Oppure passa oltre.
Fuori è buio. Spengo la luce. La matita è lì, sul tavolo, con la mina nuova appuntita che aspetta domani. In un campo lontano, chissà, un'altra mina aspetta qualcuno. Non so chi vincerà, tra noi due. Tra ciò che scrive e ciò che uccide. Tra ciò che si consuma e ciò che resta per sempre.
So solo che domani, quando la mina si spezzerà di nuovo, io brontolerò, cercherò il temperino, e ricomincerò. Come tutti i giorni. Come quel nonno che tornava nei campi, dopo, e arava lo stesso. Con la terra che sapeva, ma lui no. O forse sì. Forse lo sapeva eccome. E arava lo stesso.
Ecco, forse è questo. Arare lo stesso. Scrivere lo stesso. Anche se sotto, chissà, potrebbe esserci qualcosa. Anche se le mani si sporcano. Anche se la mina si spezza.
Arare lo stesso. Perché è l'unico modo per far sì che la terra, un giorno, torni a essere solo terra.